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Il RIENTRO AMARO DI #RENZIPORTASFIGA, LA FRONDA PD È PRONTA A RIPRENDERSI IL PARTITO (A casa!)

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Il RIENTRO AMARO DI #RENZIPORTASFIGA, LA FRONDA PD È PRONTA A RIPRENDERSI IL PARTITO (A casa!)

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Roma – Conclusa la missione olimpica a Rio de Janeiro, Matteo Renzi è rientrato ieri sera in Italia, portando con sé in aereo lo sfortunato campione di ciclismo Vincenzo Nibali, caduto ad un passo dall’oro. In patria lo attendono un Pd dilaniato dal risorgente cannibalismo interno, una difficile decisione sulla data del referendum costituzionale e i foschi presagi di chi, dall’estero, teme che una sconfitta del premier italiano nella consultazione di novembre apra la strada ad un terremoto che investirebbe l’intera Unione europea.

Il quotidiano inglese The Guardian ieri si chiedeva se l’Italia sarà «la prossima vittima europea» dei venti populisti che investono l’Occidente, affermando che la scommessa di Renzi sulla riforma dell’imballato sistema istituzionale italiano «comincia a sembrare infausta come quella di Cameron sulla Brexit». Il capo di JP Morgan Jamie Dinon, che con Renzi ha concordato il salvataggio di Mps, paventa uno scenario da incubo, in cui la vittoria del no al referendum italiano, unito all’incertezza delle future elezioni tedesche e alle spinte anti-euro in altri paesi come l’Olanda, potrebbero portare nel giro di qualche anno all’implosione dell’intera costruzione europea, con conseguenze politiche ed economiche catastrofiche.

Scenari da brivido che non sembrano minimamente turbare la fronda anti-renziana del Pd, che sogna la sconfitta della riforma renziana come il momento della rivincita per l’area bersanian-dalemiana. Dopo Roberto Speranza, che ha minacciato di votare «No» se non si cambia subito l’Italicum (come, non è chiaro), ieri è spuntato anche Gianni Cuperlo, che rivendica «cittadinanza nel Pd per le ragioni del No, perché sulla Costituzione non vale la disciplina di partito». Se il leader del Pd aveva sperato di aver convinto la minoranza interna a sottoscrivere una tregua fino al referendum d’autunno, ora si deve ricredere.

Nella fronda interna ha vinto l’ala kamikaze di chi, D’Alema in testa, è disposto a tutto pur di sconfiggere l’«usurpatore» e di restituire agli ex Pci le chiavi del partito. E il referendum sulla riforma è visto come l’occasione d’oro per raggiungere l’obiettivo. L’astuto piano prevede che, dopo la sconfitta, Renzi resti a Palazzo Chigi a logorarsi definitivamente («Non vogliamo una crisi di governo», chiarisce Cuperlo), in modo da evitare elezioni anticipate e di dare il tempo al Pd antirenziano di cucinare una legge proporzionale che li metta in sicurezza.

Il capogruppo dei senatori Pd, Luigi Zanda, lancia un allarmato appello: «La storia del centrosinistra italiano ha sempre visto dibattiti molto accesi. La nostra parte politica ha retto e vinto quando, dopo la battaglia interna, si è ritrovata unita. Io lavoro a questo e non mi rassegno. Sia chiaro: col Pd diviso non ci sono alternative, vincono le destre e il populismo». Il presidente dei deputati Ettore Rosato invoca il «senso di responsabilità» e si appella alla «coerenza di chi quella riforma costituzionale la ha già votata». Ma dalla minoranza fanno spallucce: «Ora parte l’ultimo treno del dialogo e tocca a Renzi prenderlo», avverte Cuperlo.

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