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Feltri: “Il discorso di Mattarella?” Le parole che non ti aspetteresti mai

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Feltri: “Il discorso di Mattarella?” Le parole che non ti aspetteresti mai

 

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Non c’è nulla di più noioso e ripetitivo del discorso che ogni presidente della Repubblica rivolge annualmente alla nazione in occasione della fine dell’anno. Personalmente ne ho sorbiti tanti e ne ho perso il conto, quasi tutti uguali nella impostazione e nello svolgimento: frasi appesantite da retorica patriottarda, concetti scontati e talvolta melliflui. Insomma i pistolotti augurali del Quirinale hanno lasciato nella maggioranza dei casi indifferenti gli italiani e, comunque, sono stati ascoltati da una moltitudine di gente speranzosa di udire dal capo dello Stato qualche suggerimento per sopportare la realtà del nostro Paese e per apparecchiarsi ad affrontarla altri dodici mesi.

Al termine delle prediche presidenziali non è quasi mai mancata la delusione popolare. D’altronde cosa volete che dica di nuovo il custode di una Costituzione vecchia e rancida, da cui non ci si può attendere altro che la banalità di buone intenzioni fissate nero su bianco quando l’ Italia era appena uscita dal fascismo e ne temeva il ritorno sotto mentite spoglie?
Gli adoratori della Carta sono ancora numerosi e convinti che essa sia immodificabile, non si rassegnano al fatto che il mondo cambia velocemente e che per non perdere il passo con la storia bisognerebbe adeguarsi ad essa accettandone i mutamenti.

Fra le tante chiacchiere piovute dal Quirinale il 31 dicembre ne ricordo bene soltanto una, quella di Francesco Cossiga allorché si accingeva a chiudere in anticipo il proprio mandato. Cinque o sei minuti di collegamento televisivo, durante i quali il Gattosardo spiegò con linguaggio limpido perché abbandonava anzitempo lo scranno: si era stancato della politica dell’ epoca, inconcludente e stucchevole, e si era altresì stancato di picconarla irritando comunisti e postcomunisti che pretendevano di mettere lui in stato di accusa, il cosiddetto impeachment. Cossiga scomparve dalla scena. In pratica si ritirò a vita privata e cominciò a scrivere per Libero articoli firmati di suo pugno o articoli che preferiva siglare con uno pseudonimo. I suoi erano pezzi pungenti, arguti e perfino spiritosi. Egli aveva capito tutto ed era capace di interpretare la politica senza impancarsi a professore, quale per altro era. Rammento la sua gioia quando grazie a questo giornale ottenne la tessera di giornalista pubblicista. Festeggiammo insieme l’avvenimento al ristorante Trussardi di Milano. La sua ironia è indimenticabile. Egli sfotteva chiunque sapendo di avere ragione. E ne aveva da vendere.

Sabato sera ho ascoltato, come voi credo, l’orazione di Sergio Mattarella. Ne ho apprezzato specialmente la brevità e l’eleganza. Anche lui in alcuni momenti si è abbandonato ai luoghi comuni quirinalizi, ma era difficile farne a meno. Se non altro non ha sbrodolato e si è limitato a registrare i tormenti che angustiano gli italiani, evitando con cura di alzare i toni. Mattarella ha dimostrato di essere un uomo perbene, non se la tira da genio né da padrone del vapore. È uno di noi che non ha in tasca soluzioni ma cerca di calmare gli animi e di indurci alla sensatezza. Ha spiegato l’ovvio con pazienza: non è lecito votare subito perché i signori politici non si sono dati una legge elettorale acconcia. Non è colpa sua né nostra. E mentre esprimeva il suo pensiero si intuiva che neppure lui si attende dalle urne il miracolo della normalità. Siamo della sua stessa idea.

di Vittorio Feltri

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